| Capire per agire – la situazione della donna nelle culture arabe e islamiche |
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Gli antropologi Claude Lévi-Strauss e Germaine Tillion (1)si sono a lungo dedicati alla struttura della parentela e alle condizioni socioculturali ad essa legate. Germaine Tillion, antropologa scomparsa all’età di novant’anni, negli anni ’30 del secolo scorso iniziò una ricerca sulla condizione femminile nel Mediterraneo, in particolare nei paesi del Maghreb. Si trattava della sua tesi di dottorato, uno studio durato oltre vent’anni (2) - perché durante la guerra fu internata nei campi di concentramento in Germania – e ripresa all’inizio degli anni ’50 durante una missione di ricerca in Algeria e Marocco. Furono anni importanti in cui la questione femminile si intrecciava con il discorso di liberazione coloniale che, accanto alla questione dell’indipendenza, poneva il problema della modernizzazione delle società tradizionali. Più tardi la sua tesi di dottorato fu pubblicata con il titolo Le harem et les cousins. In eesa Germaine Tillion nota come le discriminazioni nei confronti delle donne sono peculiari delle società mediterranee: “Ci sono dunque numerose società dove la donna è trattata come un essere privo di ragione; nondimeno la forma di questo asservimento varia. Nell’area mediterranea esso riguarda alcuni caratteri molto particolari e molto tenaci, probabilmente più tenaci che altrove perché sono integrati in un sistema sociale coerente. Ma la segregazione delle donne mediterranee, le diverse forme di alienazione di cui sono vittime, rappresentano attualmente la più massiccia sopravvivenza dell’asservimento umano; inoltre non degradano soltanto l’essere che ne è vittima o colui che ne beneficia, ma – poiché nessuna società è totalmente femminile o totalmente maschile – esse paralizzano tutta l’evoluzione sociale e, nella competizione attuale dei popoli, costituiscono una causa irreparabile di ritardo per coloro che non hanno potuto liberarsene.” (3) Sappiamo oggi che questa discriminazione - che, come dice Germane Tillon, riguarda oltre metà della popolazione - è legata alle strutture elementari della parentela, alla circolazione dei beni e delle persone entro una società. La posizione di sottomissione della donna obbedisce a strategie di arricchimento e di dominio che superano l’interesse della persona coinvolta; anche la sicurezza dell’individuo o del gruppo passa attraverso il controllo e la dominazione dell’uomo sulla donna. La questione sessuale è dunque fondamentale perché le strategie di dominazione e controllo sulla sessualità implicano una limitazione, che diviene forte discriminazione sui diritti. La sfera giuridica, dunque, non è solo il prodotto di una situazione culturale ma si pone anche come sigillo definitivo ad un rapporto fra dominante e dominato. Perciò il controllo sulla sessualità delle donne è rigorosamente definito nei codici d’onore e nel diritto tout court che sono tuttora imposti in molte società arabe, e islamiche in generale. Bisogna leggere gli studi del giurista inglese Joseph Schacht sul diritto musulmano (4) e del sociologo tunisino A. Boudhiba (5) sulla sessualità nell’islam, per capire l’ampiezza e la complessità del fenomeno. Ciò che caratterizza la questione femminile in questa parte del mondo è la discontinuità nel cambiamento: se durante i movimenti d’indipendenza tra gli anni ’50 e ’60 l’emancipazione femminile sembrava essere accolta dai diversi movimenti sociali – ad esempio il codice civile tunisino abolì il regime poligamico nel 1956 (4) – e iniziava una partecipazione politica e culturale delle donne alla società, parallelamente al discorso di emancipazione stava crescendo un discorso di resistenza al cambiamento che trovava forma compiuta nel neofondamentalismo e nel radicalismi islamico, che trasformavano la questione femminile nel paradigma della relazione oriente-occidente. Ad esempio l’invenzione del velo come simbolo di appartenenza identitaria è molto più legato al discorso ideologico che a quello religioso. La questione femminile è dunque centrale perché investe l’intera società. In molte di quelle società si è manifestata una presa di coscienza: il discorso di liberazione e di eguaglianza si è fatto poco a poco discorso societale, si è andati oltre la fase della denuncia per analizzare il fenomeno , cercare soluzioni e definire una nuova relazione fra uomo e donna nel mondo arabo. Alla fine degli anni ’90, sotto la direzione della sociologa Fatima Mernissi, un collettivo di donne in Marocco scrisse un rapporto su “Donne e violenza”(6 ) partendo dall’analisi di casi specifici e servendosi anche dell’analisi sociolinguistica del vocabolario spregiativo nei confronti dell’universo femminile: “il Maghreb delle donne esiste ed è sempre esistito, malgrado le distanze, le frontiere fra donne, la loro lontananza dalla scena politica (…); esiste perché le magrebine condividono tutte una stessa sorte, vivono nelle stesse condizioni, sotto le stesse leggi e quasi le stesse tradizioni. Oggi un altro Maghreb delle donne si sta aprendo, si manifesta attraverso la scrittura e le ricerche, e impone sulle scene nazionali e regionali una presenza che un tempo era rifiutata. Le magrebine che usano la scrittura si confrontano sulla violenza di cui sono oggetto le loro concittadine; esse formulano, espongono, analizzano le situazioni e le messe in scena; ragionano sulle strategie e i mezzi per fermare questo flagello. ” Negli ultimi anni il fenomeno della discriminazione si è amplificato, in relazione ai fenomeni migratori su scala mondiale, esso genera situazioni di depressione e nevrosi, che possono accompagnarsi a conflitti generazionali che accentuano la relazione dominante/dominato fra i sessi, sino a crimini come quelli accaduti negli ultimi mesi, di padri che uccidono le figlie perché vogliono vivere una vita normale; questi fatti, oltre a destare preoccupazione, ci impongono di trovare soluzioni alternative per arginare il fenomeno. Spesso è nella fase adolescenziale che le donne si trovano esposte alla violenza di comunità che negano un rapporto egualitario uomo-donna. In tali ambiti, la repressione di può si può esplicare a livelli crescenti di violenza: può colpire per esigere che il corpo della vittima venga coperto, può molestarlo, colpirlo con percosse, violarlo, fino a giungere all’omicidio della vittima. Ma considerando queste dinamiche, si rischia di associare all’immigrazione una sorta di violenza strutturale; perciò la società civile e in particolare le politiche pubbliche che devono trovare nuovi strumenti per arginare il fenomeno. Questa situazione non riguarda solo l’Italia. Il giornalista Marco Varvello, già corrispondente della RAI a Londra, nel romanzo Dimentica le mille e una notte denunciava il matrimonio forzato di adolescenti inglesi di origine pakistana durante le vacanze estive in Pakistan, il cui viaggio di ritorno si trasformava in una prigione; il Foreign Office britannico creò una cellula di crisi per aiutare quelle ragazze.(7) Nei prossimi anni è probabile un aumento di quel tipo di violenza, parallelamente all’emancipazione di queste donne. La questione femminile è fondamentale per la coesione sociale delle democrazie europee; e la questione dell’eguaglianza è fondamentale dentro e fuori d’Europa. NOTE 1. Claude Lévi-Strauss ,Tristes tropiques ed Plon ,Paris 1984 2. Germaine Tillion, Le harem et les cousins, ed. du Seuil, Paris 1966 3. Germaine Tillion cit., pp13-14 4. J. Schacht, Introduction au droit musulman, ed. Presses Universitaires de France, Paris, 1983 5. Abdelwahab Bouhdiba, La sexualité en Islam, Presses Universitaires de France, Paris, 1975 6. AAVV, Femmes et Violences, testo francese e arabo, ed. Pumag, Marrakech, 1993 7. Marco Varvello ,Dimentica le mille e una notte. Salima, diciassette anni, sposa per forza, ed Fabbri, Milano, 2005. Si veda anche Fadéla M’raber, Les algériennes, ed. F.Maspero, Paris, 1967. |

















di Khaled Fouad ALLAM