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Donne, il flop di Lisbona PDF Stampa E-mail
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Nel marzo del 2000, a Lisbona, i paesi europei deliberarono un piano straordinario sull’occupazione femminile, come volano per le economie nazionali. I governi degli stati membri partirono da poche ma precise considerazioni.: se la donna lavora, con servizi sociali adeguati, entra più ricchezza in famiglia, aumenta il reddito e nascono più bambini. Fu deciso, allora, che l’obiettivo era raggiungere - nel 2010 – quota 60% di donne impiegate, per innescare un “circolo virtuoso” capace di riposizionare politicamente e socialmente sullo scenario mondiale, il ruolo guida esercitato dall’Europa. A distanza di dieci anni siamo ancora ben lontani dagli “obiettivi” di Lisbona. E purtroppo, su questa importante prospettiva comunitaria, si è innestata la grande crisi che ha sconvolto il quadro economico, produttivo e finanziario e con esso, di conseguenza, tutte le previsioni relative al presente e, soprattutto, al futuro dell’occupazione femminile. Eppure, nonostante il precipitare della situazione, la famiglia ha confermato la sua funzione di “ammortizzatore”, di spazio affettivo e di welfare compensativo. La donna ha mantenuto una posizione centrale nella società italiana, facendosi carico delle incombenze che le sono attribuite, sia all’interno delle mura domestiche, sia nella ancor più difficile situazione occupazionale.

In Italia, oggi lavora solo il 46% delle donne: sette milioni in età lavorativa sono fuori dal mercato del lavoro. Mentre al Sud il tasso di occupazione femminile è crollato al 35%. Nel resto del pianeta la situazione è opposta: negli Usa tre disoccupati su quattro sono uomini. Nei prossimi mesi in America oltre la metà della forza lavoro sarà composta da donne, come ha sottolineato anche l’Economist. I dati evidenziano che in Italia siamo di fronte a risorse umane e professionali tuttora sotto e male utilizzate, quando esse rappresentano, invece, uno dei pochi elementi aggiuntivi su cui il mercato del lavoro potrebbe contare per incrementare l’occupazione e favorire, così, ripresa e sviluppo. Recuperare terreno, nonostante la crisi, è possibile.

Noi riteniamo che occorrano politiche e proposte che tengano insieme famiglia e comunità, individui ed istituzioni, lavoro ed autorealizzazione, crescita professionale e meritocrazia. E’ necessario, per far fronte alle nuove sfide, che il concetto di “pari opportunità” passi dal politicamente corretto al politicamente efficace, dalla difesa formale all’uguaglianza al suo riconoscimento sostanziale. Vanno agevolati e premiati i piani e i progetti formativi che prevedono l’accesso delle donne alla formazione professionale – sia quella finanziata dalle regioni, sia quella dei fondi interprofessionali – per favorire l’occupabilità, la mobilità sociale e la crescita delle competenze richieste dai fabbisogni professionali del mercato del lavoro. Nel contempo occorre intervenire per ottimizzare i servizi per l’impiego, pubblici e privati, rendendoli funzionali al profilo di un mercato del lavoro in evoluzione. Un altro tema importante è quello dei servizi alla famiglia e alla persona, per “defemminilizzare” il lavoro di cura.

Dare concretezza a questo obiettivo significa promuovere ad ogni livello il potenziamento dei servizi all’infanzia, attraverso una loro maggiore omogeneità territoriale e l’utilizzo di strumenti come il voucher per prestazioni occasionali relative alla cura della famiglia. Si deve promuovere la redistribuzione di compiti e corresponsabilità all’interno della famiglia, in vista di un rinnovato concetto di nucleo familiare. Riuscirci non è semplice. Ma è una necessità di cui il paese ha bisogno, su cui è necessario l’impegno e la convergenza di tutti soggetti sociali, politici ed istituzionali, ciascuno assumendosi le proprie responsabilità. Di Liliana Ocmin

 
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