ADERISCI ALL'APPELLO CONTRO LA LAPIDAZIONE DI SAKINEH

ADERISICI

I FIRMATARI

TV DONNA

Speciale 2M su Souad Sbai

Eventi

A SANAA

Mai più sola

Mille e una Donna

Evento 7/9 Marzo

SPECIALE

Speciale Mai piu sola

Relazione attività del Numero Verde Mai piu sola

Vedi Foto

Video


Relazione attività del Numero Verde Mai piu sola 2009

Relazione

Video

foto

Stop Violenza

Video

Mudawana



Get the Flash Player to see this player.

Support: Simple Video Flash Player Module

Libri

 



Progetto

Acmid-Donna Onlus ha partecipato al progetto "Diverstià = Valore"

Una legge contro il burqa? Una proposta da discutere PDF Stampa E-mail
Approfondimenti - Approfondimenti

L'Italia potrebbe seguire presto l'esempio della Francia e proporre una legge che proibisca di indossare il velo integrale islamico nei luoghi pubblici, escludendo quindi l'uso del niqab, una cappa nera lunga fino a terra o quasi, che lascia scoperti solo mani e occhi, e il burqa, anch'esso una lunga cappa, ma di solito di color pastello, che copre persino gli occhi con una sorta di rete, talvolta completato da lunghi guanti.

Tre sono le motivazioni principali addotte per vietare niqab e burqa. È innanzitutto un'ovvia questione di pubblica sicurezza, perché è impossibile identificare chi li indossa. Neanche si può dire se sotto tutti quei metri di stoffa si celi una donna oppure un uomo. Per questo, in effetti, anche in assenza di una legge specifica, niqab e burqa in Italia sono vietati (legge 152 del 1975 e decreto Pisanu del 2005), al pari di qualsiasi altro indumento che impedisca di riconoscere una persona. Già adesso, quindi, il loro uso in pubblico è perseguibile: è sufficiente applicare le norme in vigore, escludendo l'eccezione del «giustificato motivo» in ragione dell'affiliazione religiosa. Questo chiedono in sostanza le proposte di legge presentate a ottobre dalla Lega Nord e dalla deputata del Pdl Souad Sbai.

 

La seconda motivazione, accentuata nella proposta di legge francese, riguarda la difesa dei valori della nostra società. Il presupposto, come sottolinea il sociologo di origine algerina Khaled Fouad Allam, è che il velo integrale viola, insieme ad altre istituzioni praticate nel mondo islamico - basti pensare al valore dimezzato attribuito dai tribunali islamici alla testimonianza di una donna rispetto a quella di un uomo - il principio fondamentale della parità tra uomo e donna, mettendo in discussione uno dei fondamenti irrinunciabili del sistema democratico.

Inoltre ha perfettamente ragione il ministro degli Affari Esteri, Franco Frattini, quando dice: «Chi si vela completamente rifiuta il contatto con il resto del paese ospitante e questo non è buon segno». Il burqa non è buon segno perché denota una preoccupante volontà di apartheid. Inoltre non è buon segno perché si sa che l'uso del velo integrale si accompagna probabilmente ad altre istituzioni che negano le libertà e i diritti della persona - dal matrimonio combinato, imposto e precoce, alla reclusione domestica - e discriminano le donne, ad esempio limitando il loro accesso all'istruzione scolastica e impedendo loro di svolgere numerose attività lavorative e di svago. Più spesso nei paesi d'origine, ma talvolta anche in Italia, alle donne che si ribellano a tali istituzioni vengono inflitte dai familiari stessi severe punizioni fisiche, che arrivano fino all'omicidio.

Per finire, la proibizione del velo integrale in pubblico vuole perciò essere anche un contributo alla difesa della dignità delle donne islamiche che vivono in Italia. Per una che lo sceglie e che lo porta volentieri o che, comunque, per l'educazione ricevuta, si sente a disagio se non lo indossa quando esce di casa, quante infatti sono le donne costrette dai familiari e che ne farebbero volentieri a meno, specie in un paese dove quasi nessuno lo usa e dove perciò chi lo indossa deve per forza affrontare l'imbarazzo quotidiano di un aspetto vistosamente inconsueto? A ciò si deve aggiungere che niqab e burqa rendono più faticose e complicate le più semplici attività quotidiane, dalla spesa al mercato all'uso dei mezzi pubblici, con l'aggravante, soprattutto nel caso del burqa, di una riduzione anche pericolosa del campo visivo: difatti in Arabia Saudita, ad esempio, le donne non possono guidare l'automobile perché, per consentirlo, bisognerebbe abolire l'obbligo del niqab che rende rischiosa la guida.

Un'ultima osservazione va fatta in merito a chi, come il leader dell'Italia dei Valori, Antonio di Pietro, ne fa una questione di libertà: «Il burqa come libera scelta è un diritto individuale». Si tratta evidentemente di un argomento inconsistente, dal momento che nessuno è obbligato a scegliere l'Italia come seconda patria. Al contrario ci sono donne e uomini che emigrano nel nostro paese per sottrarsi alle mortificazioni della condizione femminile o che qui giunti scoprono una realtà di rapporti sociali e umani preferibile alle proprie tradizioni. Tutelarli è un nostro diritto. Spetta ai nostri rappresentati politici valutare se una legge che proibisca il velo integrale serve oppure no. Il 71% degli italiani, secondo un'indagine dell'istituto di ricerca SWG, pensa di sì.

di Anna Bono

 
Copyright © acmid-donna
Designed by XOR Media